Che cosa fate: leggete, improvvisate…

 

"Leggiamo, improvvisiamo, inseriamo le nostre idee. Ogni arrangiamento che eseguiamo è fatto esclusivamente da noi, anche tutte le improvvisazioni e ogni singola stesura dei pezzi. Ovviamente tenendo sempre a mente la struttura di un concerto: suonare, leggere, improvvisare sulle sigle. Tutto qua.

È chiaro che un jazzista che lo fa da molto tempo può avere un'esperienza totalmente differente, noi cimentiamo con questa musica perché pensiamo che ne valga la pena, anche se siamo ovviamente 'costretti' a utilizzare i nostri poveri mezzi come musicisti classici, portando la nostra esperienza con completa umiltà. Questo è sempre necessario. Anche dopo aver eseguito la Quinta di Beethoven per la 100ª volta ci vuole umiltà, capisci? Certo che ci vuole. Lo stesso vale per il jazz!.

Ci si potrebbe chiedere come definire questa tipologia di interpretazione o contaminazione? È ancora creativo cercare di rimescolare le carte?

 

"Io non desidero contaminare nulla e assolutamente nessuno. Quando penso alla parola “contaminare" mi viene in mente una malattia terribile. Vorrei riuscire nel mio piccolo a sentirmi libero come musicista, senza chiusure che limitino la mia creatività. Proprio in questo senso mi impegno completamente, continuo la mia ricerca, sbaglio a volte, ma d'altronde a chi non capita di sbagliare? Certo che devo ammettere quanto certi mischioni non sono proprio una bellezza da ascoltare, però è sempre necessario riflettere sul processo di creazione. Pensiamo forse che restare fedeli alla propria linea ed alla classicità sia davvero la scelta giusta? L'unica cosa della quale sono certo è che amo suonare e che provo a farlo al meglio delle mie capacità in qualsiasi situazione, sperando di trovare sempre qualcosa di nuovo legato allo strumento. Vorrei inoltre comprendere meglio le esigenze degli ascoltatori, avvicinarmi al pubblico. Non credo sia sbagliato, cosa ne dice?